Palazzo Orsini di Gravina

La storia parte dal 1513 quando il suolo dove insiste il Palazzo, di proprietà del confinante Monastero di Santa Chiara, fu acquistato dal Duca Orsini di Gravina per farne la sua residenza. I lavori, su progetto – pare – di Gabriele d’Agnolo, durarono più di tre decenni, compresero tre corpi di fabbrica sviluppati attorno al cortile ed una costruzione assai più bassa sul quarto lato attiguo a Santa Chiara. Si conclusero attorno al 1549, sotto la direzione e su disegni dell’architetto Giovanni Francesco di Palma, genero del Mormando.

Dell’architettura rinascimentale, di cui dovette essere uno degli esempi più fulgidi, resta la parte inferiore della facciata in piperno con bugne lavorate “a cuscino” e il cortile quadrangolare che offre una sequenza magnifica di portici e archi in piperno.

Nel corso dei secoli e del mutare della proprietà, l’edificio è stato oggetto di ripetuti interventi di restauro e rifacimento, anche per le varie vicende di devastazione e manomissione collegate ai principali eventi politici della storia di Napoli, di cui esso è stato in qualche modo protagonista, oltre che per i mutamenti di destinazione d’uso che hanno caratterizzato il suo vissuto.

Sulla facciata esterna sovrastano i timpani delle finestre oculi che sfoggiano sculture tridimensionali raffiguranti esponenti della famiglia Orsini. Varcato l’alto portale fiancheggiato da colonne scanalate di stile dorico, opera del Gioffredo, sembra di entrare in un tempio in cui ad elementi tipici delle architetture fiorentine, si mescolano con sapiente armonia motivi classici che rievocano paradigmi romani.

Teatro di rivolte e di restaurazioni, nel 1799, con la repubblica napoletana, fu requisito come residenza del generale Thiebault. Negli anni della restaurazione borbonica ritornò in possesso degli Orsini ma i debiti accumulati dall’aristocratica famiglia comportarono l’esproprio da parte dei creditori e poi la vendita del Palazzo Gravina, che fu acquistato nel 1837 da Giulio Cesare Ricciardi, conte dei Camaldoli, discendente da una famiglia di orientamento antiborbonico. Questi affidò il progetto di radicale ristrutturazione della conformazione preesistente all’architetto Nicola D’Apuzzo, che intervenne sia sulla facciata che negli interni di Palazzo Gravina, con la realizzazione di botteghe nel corpo basamentale e di un piano ammezzato ricavato nell’altezza del piano nobile.

Ancor più devastanti furono tuttavia i danni prodotti dall’incendio che le truppe borboniche vi appiccarono il 15 maggio del 1848. Mine, colpi di cannone e bombe incendiarie lanciate sul tetto, mandarono in rovina lo storico Palazzo. L’anno successivo il Governo espropriò il palazzo, ridotto a poco più di un rudere, per dargli una destinazione di utilizzo pubblico. I lavori di restauro furono affidati all’architetto Gaetano Genovese e all’ingegnere Benedetto Lopez Suarez.

Divenne la sede delle Regie Poste. Qui lavorarono, ancora sconosciuti all’epoca, Matilde Serao come telegrafista ed E. A. Mario, presso lo sportello delle raccomandate. Ma ancora non terminò la lunga serie di eventi di devastazione che interessarono il palazzo.

Negli anni della seconda guerra mondiale, le forze alleate americane occuparono l’intero edificio che dal 1936 era sede della facoltà di Architettura. Quartier generale degli americani, subì ulteriori gravi manomissioni. Per pragmatiche esigenze di manovra delle autovetture, la fontana seicentesca che occupava il centro del cortile, divenuto parcheggio dei mezzi militari, fu rimossa e gettata in un luogo non identificato. Allo sgombero dell’edificio, l’ultimo a Napoli, finita la guerra, fece seguito il saccheggio del mobilio e delle suppellettili che erano al suo interno.

Fu Marcello Canino, dal 1941 Preside della Facoltà di Architettura, a coordinare i lavori di ripristino della sede negli anni del dopoguerra.

Un edificio che ha vissuto tante vite, ma che conserva integro il fascino della storia, la bellezza dell’architettura, degna sede del Dipartimento universitario dell’Università Federico II. A Napoli in Via Monteoliveto n.3

Scritto da:

Immagine di Marialaura D'amore

Marialaura D'amore

Laureata in giurisprudenza, lavora nel settore pubblico e nutre un grande amore per l’arte, la storia, le architetture, i musei e i panorami di Napoli, che fotografa nelle sue passeggiate.

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