


Abituati al caos e ai rumori della città, trovarsi in posti come questo trasmette una sensazione di benessere, di calma, quella che deriva dal silenzio che qui regna incontrastato e che permette di godere appieno di uno dei panorami più “liberi” che si possano ammirare a Napoli. Del resto non è un caso se questa altura, la Collina di Miradois, dal nome del marchese che fu, all’epoca del viceré, reggente della Gran Corte di Vicaria e proprietario di gran parte della campagna che qui si distende, fu individuata, ai tempi di Giuseppe Bonaparte, dopo non poco peregrinare, come luogo ideale per costruire il Real Osservatorio, l’Osservatorio astronomico che venne iniziato sotto Gioacchino Murat ed inaugurato sette anni dopo, nel 1819, dopo il ritorno di Ferdinando di Borbone a Napoli.




Un sito “isolato, lontano da ogni strepito, elevato di 80 tese sul livello del mare, con orizzonte quasi del tutto libero” scrive Giuseppe Maria Galanti, dove nel silenzio, si respira aria salubre osservando i tetti della città, dal Vesuvio a San Martino.
Poco dopo la Porta Grande di Capodimonte, al termine della via di S. Antonio a Capodimonte comincia Salita Moiariello, un percorso non molto battuto fatto di stradine e scalinatelle, con una veduta spettacolare sulla città.






Un tempo, prima del decennio francese, doveva essere tutt’altro che isolato perchè costituiva una delle vie di collegamento tra il centro della città e la reggia di Capodimonte. Con Giuseppe Bonaparte fu assunta la scelta di delocalizzare il potere dal centro della città a Capodimonte, una scelta che coniugava esigenze strategiche ed “estetiche”: la vicinanza a vie di fuga e l’amenita’ del paesaggio e del suo panorama sulla città.
La costruzione del ponte della Sanità e la realizzazione del Corso Napoleone, una via più comoda, rese questi luoghi appartati, un po’ come si presentano oggi, con il fascino di un borgo di campagna che domina dall’alto della collina tutta la città.






Superato l’Osservatorio astronomico, sul quale il Risveglio di Parthenope si è soffermato qualche tempo fa, svetta una torre rossa e merlata che ha fattezze rinascimentali, assai simile a quelle del Palazzo della Signoria di Firenze, visibile da molti punti della città. È la torre del Palazzo Palasciano che fu costruito dall’architetto Antonio Cipolla in stile neorinascimentale ed eclettico su commissione di un medico illustre, il “padre” della Croce Rossa: Ferdinando Palasciano.
Di lui si ricorda, oltre alla straordinaria cultura – era, infatti, laureato in lettere e filosofia, veterinaria e medicina e chirurgia – l’impegno attivo come medico sul campo di battaglia durante i moti rivoluzionari del 1848. Fedele al giuramento di Ippocrate, si oppose fermamente all’ordine del Generale Filangieri di prestare soccorso solo ai militari borbonici, lasciando sul campo i soldati avversari feriti. Ad essi prestò l’assistenza e la cura necessarie, disobbedienza che gli costò una condanna alla pena capitale, commutata per intercessione diretta di Ferdinando II, in un anno di reclusione.


Il terreno su cui fu eretto il palazzo apparteneva agli eredi di Domenico Cotugno, una delle menti più eccelse della medicina internazionale, soprannominato l’Ippocrate napoletano, che sulla collina possedeva vaste aree di campagna.
E il palazzo dalla torre rossa fu la residenza del Palasciano e di sua moglie, conosciuta a Firenze, Olga Von Wavilov. Un panorama straordinario di cui il medico godeva al tramonto, al ritorno dal lavoro, quando il cielo di Napoli si tingeva di rosso. Aleggia la leggenda che il suo fantasma si affacci dalla Torre per continuare a godere della splendida veduta sul golfo. Le spoglie del Palasciano riposano nel quadrilatero degli uomini illustri del cimitero monumentale di Poggioreale. Nel palazzo abitò successivamente lo scultore Filippo Cifariello prima di essere condannato per aver ucciso la moglie, per delitto d’onore, nella pensione Mascotte di Posillipo. Poco oltre il Palazzo Palasciano, che attualmente è oggetto di interventi di restauro conservativo, c’è una piccola chiesetta che, come si legge nell’iscrizione, risale al 1741. Fu fatta costruire dal sacerdote don Francesco Grassi e dedicata alla Vergine delle Grazie, poi nota come Cappella Cotugno. Attaccata alla cappella, al civico 60 un portale con uno stemma è l’ingresso di Villa Capezzuto. Da essa, sembra che si accedesse alle case “Cotugno”, fatte edificare dall’insigne medico che, esperto di tubercolosi, riconobbe in questi luoghi la condizione giusta per una sana respirazione. E forse non è un caso che medici e scienziati scelsero di vivere in questi luoghi ameni e salubri. Difatti, proprio di fronte alla chiesetta di Salita Moiariello, inizia Via Ottavio Morisani, anch’egli medico e ginecologo illustre.
Una stradina stretta, fatta di tornanti e rampe che si affacciano sullo stupendo panorama, tant’è che sembra una piccola Via Petrarca. Del resto tutta la zona è conosciuta anche come la “Posillipo dei poveri”.
Sullo sfondo del primo tratto di Via Ottavio Morisani, prima della curva che apre la vista sul mondo, c’è un edificio rosso piuttosto imponente, si tratta di Villa Blanch, Palazzo dei Marchesi di Campolattaro e risale al 700. Ceduta con atto nel 1817 a Giosuè Richiello, venne poi venduta il 2 giugno 1849 dagli eredi di questi a Giuseppe Famiglietti, patrocinatore presso i Tribunali, le Corti e le Gran Corti del Regno.
A mano a mano che si scende tra le strette curve di questa meravigliosa passeggiata panoramica, si abbandona la dimensione “agreste” e le voci e i rumori della città si fanno più forti. Prima di uscire dal dedalo di vicoletti che sbucano di fronte alla Caserma Garibaldi a Via Foria, in Vico Sacramento lo sguardo si posa su un edificio rosso, preceduto da un ampio cortile. Nessuna indicazione turistica, eppure non c’è dubbio che dietro quell’aspetto un po’ decadente della facciata, c’è la storia di una nobile famiglia da raccontare. Del palazzo poco si sa, se non che si chiamava Villa Schisa.
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