Il Giardino Liberato a Materdei

Un muraglione alto di tufo in un vicolo lungo e stretto che taglia Materdei da Via Matteo Renato Imbriani fino quasi a Via Santa Teresa degli Scalzi. Al civico 3 di Salita San Raffaele c’era un complesso monastico che ospitava le suore di clausura Teresiane, dopo che il loro convento di Torre del Greco fu distrutto dall’eruzione del Vesuvio del 1794. Il portale della chiesa annessa al monastero è sormontato da un’epigrafe che ricorda i baroni Gennaro e Giovan Battista Rossi che finanziarono la costruzione del monastero nel 1804. Quel portale è coperto dal dipinto di un volto di donna che, su uno sfondo nero interrotto dal bianco delle mani e dal verde delle foglie, ha uno sguardo che ipnotizza, che invita a vedere oltre. Le ombre di Napoli di Francisco Bosoletti, street artist argentino, è l’immagine di un luogo che è diventato il simbolo della rinascita, in un quartiere che da sempre è stato terra di resistenza. Quella dura, quella delle quattro giornate di Napoli, quella di Lenuccia Cerasuolo, la combattente di Materdei, quella di una comunità forte e coesa che qui, più che altrove, ha nel sangue l’orgoglio, la voglia di lottare per la libertà, di affrancarsi dall’oppressione.

Il monastero, che fu poi un educandato per giovani ragazze, fu lasciato in disuso e venduto negli anni Trenta al Comune di Napoli. Con il terremoto del 1980 venne completamente abbandonato all’incuria. E dove c’è abbandono, la teoria delle finestre rotte lo insegna, si crea il terreno fertile per il proliferare dei peggiori istinti dell’uomo.

Infatti, nel settembre 2009 il convento fu occupato abusivamente dal centro sociale di ispirazione fascista CasaPound. E come nei corsi e ricorsi storici di vichiana memoria, dopo la mobilitazione forte di tutto il quartiere e del Comitato degli abitanti di Materdei, l’edificio fu sgomberato dall’occupazione abusiva dei neofascisti e dal 2012 è il “Giardino Liberato”. Uno spazio restituito alla collettività, con una precisa identità, dove si ripudiano razzismo, omofobia, sessismo, fascismo e si valorizzano arte, cultura, creatività, accoglienza.

“In questo posto non si delega né si decide da soli, ma si condivide e si decide tutti insieme.

Tutte le attività sono gratuite ma non siamo volontari, doniamo un po’ del nostro tempo e ti chiediamo un po’ del tuo.

Qui non ci sono sovvenzioni né si fa politica istituzionale, ma si sperimentano attività di resistenza alla crisi e modelli nuovi di relazioni umane.

Il nostro tempo non è denaro ma è molto più prezioso, per questo lo regaliamo agli altri”.

Questa la carta di identità del Giardino Liberato, dichiarato “Bene Comune”, categoria che ha trovato riconoscimento giuridico nello Statuto del Comune di Napoli, un luogo inclusivo di vitalità, di aggregazione e cura dove si svolgono attività sportive, artistiche e manuali, laboratori di cartapesta, cineforum, laboratori di affresco, teatro, musica e c’è uno spazio verde, raro in un quartiere a così alta densità edilizia.

E visitarlo è un viaggio emozionante che inizia dagli affreschi di un primo cortile, tra i quali ancora Bosoletti con la sua Donna del Giardino. Una mano dipinta sulla pietra nuda indica la strada da seguire per arrivare al Giardino circondato dalle alte mura del convento, uno spazio raccolto e aperto alla gente del quartiere. E scale e corridoi dipinti, locandine di film che hanno fatto la storia del cinema e la biblioteca che raccoglie migliaia di libri catalogati con cura per materia. E dove ci sono libri c’è sempre costruzione, libertà, riscatto.

In fondo al corridoio del primo piano un terrazzino delizioso regala uno splendido affaccio sul Vesuvio, sui tetti della città, su un giardino che un tempo doveva far parte del complesso e che poi fu alienato dalle suore ai proprietari degli edifici circostanti. Sembra di trovarsi in un mondo a parte. Tanto ci sarebbe da fare ancora per restituire alla comunità nella sua interezza questo bene: il piano superiore e la Chiesa andrebbero restaurati. Ma tanto, tantissimo è stato già fatto da chi il Giardino Liberato lo ha voluto e ne ha reso possibile la fruizione da parte del quartiere. Uno sforzo enorme, deciso, lodevole, commovente, condiviso, che dà la misura di quanto una comunità unita possa fare per rendere migliore la vita della gente, sottraendo all’abbandono edifici storici che possono nascere a nuova vita, a favore di tutti, proprio di tutti.

Al civico 20 di Salita San Raffaele, potente, immensa, sulla facciata nuda di un palazzo, la Parthenope di Francisco Bosoletti, identità visiva di un quartiere da riscoprire, valorizzare, conoscere. Materdei.

Scritto da:

Immagine di Marialaura D'amore

Marialaura D'amore

Laureata in giurisprudenza, lavora nel settore pubblico e nutre un grande amore per l’arte, la storia, le architetture, i musei e i panorami di Napoli, che fotografa nelle sue passeggiate.

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